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suicidi

2007-2010 > 2008 > FLUTTUAZIONI

(20/07/2008)

Bridgend, cittadina del Galles meridionale, adagiata sulle rive del tranquillo Ogmore, affacciata sull'oceano Atlantico, a Nord Est della Cornovaglia.

Nella civilissima Gran Bretagna.

In una delle aree più fortunate del pianeta.

Nei territori di sua maestà.

Un tempo era un centro carbonifero di notevole importanza. Oggi le miniere sono quasi tutte chiuse: la popolazione vive di industria leggera, di terziario, di turismo, di agricoltura e di sussidi.

L'anonimo centro che sonnecchia immerso nelle brume della pianura è salito agli onori della cronaca per un poco invidiabile primato: dal gennaio 2007 all'aprile 2008 si sono verificati 16 suicidi.

Qualcuno dice che se ci si spinge qualche mese più indietro i suicidi salgono a 22.

Tanto che qualche tabloid ha ribattezzato Bridgend 'città dei suicidi'.



I protagonisti sono tutti giovani o giovanissimi, di età compresa tra i 16 e i 27 anni.

Alcuni di questi ragazzi non si conoscevano direttamente ma frequentavano tutti lo stesso social network di Internet.

Sette di loro si sono suicidati in sequenza, quasi per tener fede ad un accordo preso solennemente.

I ragazzi comunicavano attraverso il sito Internet: esponevano le loro foto, manifestavano i gusti musicali e sportivi, rivelavano le loro preferenze in fatto di cibo o di birre.

Si scambiavano anche sensazioni e umori concernenti il proprio clima esistenziale: l'andamento scolastico, le esperienze lavorative, i rapporti famigliari...

Molti di loro passavano parecchio tempo al computer navigando e chattando con gli amici.

Ad ogni morte i sopravissuti si premuravano di ricordare i compagni trapassati con frasi e commenti di grande partecipazione, di autentica empatia.

Sembra che in qualche caso abbiano edificato dei veri e propri monumenti funebri virtuali; con poesie, brani di canzoni e ricordi hanno delineato commoventi viali della rimembranza.

Secondo alcuni studiosi questa prassi avrebbe alimentato nei ragazzi una illusione di immortalità.

Virtuale fin che si vuole ma pur sempre tangibile e, a loro modo di vedere, auspicabile.

Quali le ragioni profonde di questa inesplicabile catena di suicidi?


Tante, naturalmente e nessuna esaustiva se presa singolarmente.

Qualcuno ha puntato il dito sulla crisi economica: dopo la chiusura delle miniere non c'è più stata un'attività trainante, in grado di creare benessere autentico e di eliminare la disoccupazione.

Altri si soffermano maggiormente su considerazioni meteo-esistenziali: a Bridgend c'è poco sole, c'è tanta nebbia e piove tutto l'anno.

I ragazzi non ce la fanno a sopportare quelle giornate interminabili piene di niente.


Molti genitori accusano apertamente il mondo di Internet: a loro dire allontana dalla vita reale, crea mondi immaginari, induce dipendenza e coltiva in modo esasperato lo spirito di emulazione.

E poi c'è la chiusura totale di questi ragazzi verso il mondo che li ospita: la famiglia, la scuola, i colleghi di lavoro.

Cui fa da pendant la completa incapacità degli adulti di capire segnali, premonizioni, problemi e difficoltà.

Giovani e adulti, con il tempo, hanno costituito due mondi separati, strettamente interconnessi rispetto a tutte le incombenze della vita quotidiana, rigidamente disgiunti sul piano mentale e 'affettivo'.

Una ragazzina diciassettenne di Bridgend ha offerto, della situazione, una interpretazione lapidaria, tragica e disarmante: si sono suicidati perché qui non c'è niente da fare.

Per 'qui' forse intendeva tutto il Galles, dove il tasso di suicidio giovanile è 5 volte superiore a quello del resto della Gran Bretagna.


Com'è noto il primato mondiale di suicidi appartiene al Giappone.

Anche qui si parla di ragazzi che vivono dentro Internet, di esibizionismo, di contagio, di emulazione e di imitazione.

Su una popolazione di 127 milioni di abitanti il Giappone incassa ogni anno circa 30.000 suicidi.

Che non sono solo giovani o giovanissimi malati di Internet ma sono anche persone che non riescono a reggere il ritmo di una società fortemente competitiva; sono anziani che si sentono buttati ai margini da un ambiente che è impietoso con chi ha abbandonato il ciclo produttivo.

E poi c'è la cultura e la tradizione.


A partire dai Samurai medievali fino ai kamikaze del novecento si può dire che la storia del Giappone è punteggiata da un costante ricorso al suicidio, al punto che questa pratica si è trovata avvolta da un'aura di sacralità sconosciuta a quasi tutte le altre civiltà.


Uno dei primi a studiare in maniera scientifica e moderna il suicidio è stato il sociologo francese David Emile Durkheim.


Egli definisce il suicidio 'un tipo di morte che deriva direttamente o indirettamente da un atto positivo o negativo compiuto dalla vittima stessa, la quale sapeva che esso doveva produrre tale risultato'.

Durkheim non attribuisce molta importanza, nell'eziologia del suicidio, ai fattori psico-biologici o alle contingenze esistenziali tipiche di ciascun individuo.

Per lui le cause del suicidio sono prevalentemente di natura sociale.

E proprio i fattori sociali portano ad individuare tre tipi di suicidio:

*) il suicidio egoistico
: si ha quando i rapporti comunitari si allentano e si sfilacciano fino alla rottura;

*) il suicidio anomico: è tipico delle società moderne, spesso scosse da crisi repentine e violente dovute, ad esempio, o ad un impetuoso sviluppo o ad una prolungata depressione economica;

*) il suicidio altruistico: gli individui si suicidano per soddisfare un imperativo sociale, per esempio per rinsaldare il gruppo di appartenenza.

Durkheim ha poi ulteriormente approfondito la sua analisi: ha scoperto, per esempio, che i cattolici si suicidano meno dei protestanti e le donne sposate meno delle nubili.


Al di là di tutto non si può non sottolineare che si tratta di un
fenomeno molto complesso.

Determinato sicuramente da fattori sociali ma anche da contingenze esistenziali e da motivi psico-biologici.

Senza dimenticare la religione, la cultura, la tradizione e la storia.

Si possono fare in ogni caso alcune osservazioni.

+. Quando i ragazzi vivono in un ambiente sociale ricco e stimolante in grado di proporre loro delle attività attraenti e impegnative e di offrire prospettive quanto meno interessanti, sono in grado di apprezzare la loro esistenza e di resistere alle tentazioni suicidiarie. Che navighino o meno in Internet, che guardino o meno la televisione.


+. Quando nelle società sviluppate i vincoli sociali si indeboliscono e le persone vedono svanire rapidamente il benessere raggiunto, è possibile che la tentazione del suicidio si rafforzi assurgendo a valida alternativa dell'esistente.

+. Ci sono molti più casi di suicidio nelle società sviluppate e a benessere avanzato che nelle popolazioni più povere.

Sembra un paradosso: si potrebbe ipotizzare che il numero dei suicidi è maggiore là dove c'è più miseria e arretratezza.

E invece è vero esattamente il contrario.

Ciò significa che i valori e gli ideali che fungono da motore per l'avanzamento di una data comunità, non sono dati e acquisiti una volta per sempre.

Gli uomini devono sempre reinventarli e riscoprirli sia per riuscire a mantenere il benessere raggiunto che per conseguire traguardi ancora più avanzati.

Diversamente c'è l'arretramento.

Di cui il suicidio è spia e conseguenza.

La stagnazione e la recessione minano le certezze, producono insicurezza e disorientamento, spingono le persone verso le scelte più disparate.

Anche autolesionistiche.

Le difficoltà, al contrario, spingono gli uomini a reagire, ad agire e a darsi da fare per mettere al sicuro la propria esistenza e migliorarla.

Chi lotta per sopravvivere o per conseguire, per sé e per i propri cari, una qualche forma di benessere non ha tempo per il suicidio.
























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