ACRONIA


Vai ai contenuti

Menu principale:


suicidi di massa e ... leaders

2007-2010 > 2008 > COSTUME


(13/12/2008)

suicidi di massa e … leaders



L'anniversario è passato quasi inosservato, eppure 30 anni fa l'evento destò una enorme impressione.

Il 18 novembre del 1978 il predicatore Jim Jones si uccise dopo aver indotto al suicidio 911 membri della sua congregazione, il 'Tempio del popolo'.

Questo, poco dopo aver fatto uccidere il deputato californiano Leo Ryan e tutta la sua scorta.

In poco più di un'ora si immolarono in uno dei più sconcertanti suicidi di massa della storia quasi 920 persone. Di cui almeno 270 bambini.

James Warren Jones era nato nel 1931 a Lynn, piccolo paese dell'Ohio, da una famiglia di modeste condizioni economiche: il padre era stato iscritto al Ku Klux Klan.

Jim cercò di superare l'indigenza famigliare facendo diversi mestieri con una particolare predilezione per gli uffici religiosi.

Ben presto fondò una propria congregazione, si impegnò in molte iniziative a favore delle fasce più indigenti della società, raccolse numerosi adepti entusiasti soprattutto tra i diseredati di colore.

Jim Jones si proponeva come profeta, si comportava come un padre, guidava le funzioni religiose, teneva sermoni ispirati, non disdegnava di fare il guaritore.

Era una presenza carismatica che soggiogava i membri della sua setta: con i suoi toni messianici e gli accenti escatologici vanificava le critiche e gli attacchi che giornalisti e avvocati coraggiosi muovevano contro la sua organizzazione.

La setta si diede una struttura verticistica al cui apice si trovava il reverendo Jim Jones, padre e padrone.
Egli riuscì a costruire attorno al Tempio del popolo una rete di protezioni politiche che di fatto lo misero al sicuro dalle accuse più insidiose.
Qualcuno cominciava a parlare apertamente anche di molestie sessuali nei confronti di minori o di disabili.

In ogni caso, per sfuggire alle critiche e per vivere fino in fondo il suo messaggio di salvezza, nell'estate del 1977 Jim Jones decise di trasferire la sua congregazione nella Guyana, in Sud America: più di mille persone abbandonarono la California e con un ponte aereo si trasferirono con tutte le loro cose in mezzo alla giungla dove fondarono Jonestown.

Dopo qualche tempo cominciarono ad arrivare negli USA delle voci inquietanti: si diceva che a Jonestown regnava il terrore e che molti intendevano abbandonare quella comunità ma ne erano impediti.

Da qui nacque l'idea di inviare a Jonestown un deputato federale, Ryan, con alcuni giornalisti per verificare il fondamento di quelle voci.

Questa visita fu il detonatore che fece esplodere la follia del reverendo Jones: che prima mandò dei fedelissimi ad uccidere Ryan e i suoi accompagnatori, poi radunò tutti i membri della sua setta e li invitò a bere e far bere una bevanda al cianuro.

Lui stesso fu trovato con la testa sfondata da un proiettile.

Sull'evento furono scritti migliaia di articoli e centinaia di libri, furono girati decine e decine di documentari.

Commenti e approfondimenti non riuscirono a dar conto di ciò che era accaduto, tanto era mostruoso e inspiegabile.

Si parlò di follia collettiva, di megalomania e di magnetismo del capo, di ignoranza e di indigenza.

E tuttavia quella massa scomposta di cadaveri, quei bambini fermati dalla morte nelle pose più bizzarre sono ancora là con tutto il loro carico di angoscianti interrogativi, di domande senza risposta.

A trent'anni di distanza nessuno è in grado di produrre una spiegazione esaustiva e conclusiva dell'evento.

Che forse non c'è.

O forse c'è, ma si preferisce non affrontarla.

E' meglio non dirla.




Quanto a me lascio da parte le implicazioni religiose della vicenda, che certo sono importanti e forse essenziali.

Mi basta proporre qualche riflessione di tipo sociologico.

Vorrei tentare di rispondere a questo quesito: come ha potuto questo Jim Jones, uno spiantato con pochissime chances, trasformarsi in un capo carismatico capace di indurre al suicidio centinaia di persone?

Qui entrano in gioco le peculiarità della specie umana, le doti individuali e gli atteggiamenti delle persone quando costituiscono quell'insieme che gli studiosi definiscono massa o folla.


*. Quanto alle prime il discorso sarebbe lungo: è stato fatto più volte e non ha mai portato a conclusioni certe, unanimemente accettate.
L'umanità ha caratteristiche di plasticità e di apprendimento tali da rendere molto difficile se non impossibile distinguere tra caratteri innati e acquisiti.
Non mi interessa quindi decidere se la nostra è una specie gregaria per DNA o se lo diventa in base alle esperienze.
Sta di fatto che da sempre tutte le comunità umane si sono date una struttura organizzativa al vertice della quale si collocano una o poche persone: che diventano capi secondo regole e percorsi diversissimi ma che, in ogni caso, esercitano un potere più o meno grande sulla società.

*. Ci sono individui che riescono, in forza di alcune loro attitudini, ad esercitare sugli altri un'influenza più o meno accentuata.
Questa proprietà quasi mai ha a che fare con quelle che noi riteniamo le doti migliori di una persona: bellezza, gentilezza, razionalità, cultura, bontà d'animo …
Ma è strettamente intrecciata con la dimensione impulsiva: fa appello alle emozioni, suscita sentimenti, accende passioni, crea visioni, alimenta sogni…
Ecco perché, molto spesso, i capi sono soggetti che soffrono di patologie neurologiche, talvolta possono anche rasentare la psicosi.

*. Le persone, quando agiscono in sintonia e in simbiosi formando un aggregato coeso, assumono atteggiamenti molto diversi da quelli che sono solite esprimere individualmente.
Confusi nella massa o sepolti in una folla anonima gli individui possono, indifferentemente, comportarsi da eroi o da bestie feroci: soprattutto adottano comportamenti che, normalmente, non attuerebbero mai.

Tutto questo è già stato studiato, detto e scritto in mille modi diversi.

E, ciò che più conta, è stato certificato dagli eventi storici e viene ogni giorno confermato dalle esperienze che stanno sotto gli occhi di tutti.

Eppure siamo sempre qua a chiederci: come è potuto accadere?

Come è stato possibile che un tale individuo abbia coinvolto e trascinato tante persone, molte delle quali non prive di senno?

Scrive
Plutarco di Cheronea (46-127 d.c.) nella sua 'Vita di Cesare' (BUR).
'I suoi avversari politici, da principio, ritenendo che ben presto, quando gli fossero venuti a mancare i danari, questa autorità sarebbe svanita, permettevano che prendesse piede tra la gente; però quando essa era divenuta grande e difficile da abbattere, e anzi procedeva direttamente al sovvertimento generale, si accorsero, ma tardi, che non si deve ritenere trascurabile all'inizio nessuna azione, che rapidamente diventa grande se è continua, e che poi diviene irresistibile se non viene considerata per quel che è'.

Noi ci meravigliamo quando consideriamo il risultato finale, il dittatore, il tiranno, il capo in tutta la pienezza del suo potere.

Ma quell'obiettivo è stato costruito passo dopo passo, giorno per giorno, in un lasso di tempo abbastanza lungo.

Quel personaggio che alla fine ci sembra un inarrestabile treno in corsa poteva essere fermato molte volte, prima. PRIMA!

In una qualunque fase della costruzione del suo sistema, poteva essere sconfitto e messo fuori causa.

Ma un po' è stato abile di suo, un po' sono stati imbelli e pusillanimi gli altri e un po' sono state favorevoli le circostanze.



In ogni caso il capo, qualunque tipo di capo, non è mai solo: una persona sola non sarebbe in grado di costruire alcunché.

Un capo è qualcuno che riesce a coagulare attorno a sé un gruppo agguerrito di persone che dal sistema creato traggono, tutte, enormi vantaggi.

Sono politici, faccendieri, uomini di cultura, burocrati, militari, ecclesiastici, magistrati, scienziati e tecnici, tutti, indistintamente, associati per un unico scopo: la gestione del potere e il godimento dei suoi vantaggi.

E così mentre ci meravigliamo della credulità delle generazioni che ci hanno preceduto e siamo convinti che noi non ci saremmo cascati, continuiamo a nostra volta a consegnarci, sordi e ciechi, al potere di altri capi: che certo non si presentano come i loro predecessori, ma che tuttavia perpetuano, sotto mentite spoglie, la stessa antica progenie.

Non siamo più bravi dei nostri ascendenti.

Troppo facile smascherare i profittatori, a posteriori.

Hic Rodus, hic salta.


E invece accadrà che i posteri gratificheranno anche noi delle stesse commiserazioni che noi riserviamo ai nostri ascendenti.


POST SCRIPTUM: per la sinistra.

E' stato Gramsci a teorizzare il blocco storico e l'egemonia ma è stata ed è la destra ad attuarli fedelmente e proficuamente.

Non si è mai voluto leggere Gustave Le Bon; si è preferito bruciare incenso sull'altare della retorica.

Con un duplice risultato:
+) non riuscire mai a 'produrre' un leader carismatico autorevole e rispettoso di tutti i suoi simili; +) subire perennemente la sfrontata egemonia dei 'leaderini' affamati di potere, campioni di furbizia e di menzogna.



















il sito di Saltas (saltas@tiscali.it) | saltas@tiscali.it

Torna ai contenuti | Torna al menu