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(13/04/2009)


TERREMOTO 2


La tragedia dell'Abruzzo sta negli occhi e nel cuore di tutti noi.

Come già detto, il terremoto colpisce e atterrisce più di una guerra.

E' una mano assassina che si introduce proditoriamente nelle case e colpisce o salva con gli occhi bendati.

Gli occupanti di una abitazione, in un certo momento, possono trovarsi tutti in posti diversi: chi al bagno, chi in salotto, in cucina o in camera da letto.

La cucina e il bagno si salvano, il resto crolla trascinando gli occupanti nella rovina.

Salvarsi o morire non dipende assolutamente da alcuna particolare caratteristica ma solo dal puro caso.

Ed è proprio questa casualità che sconcerta e annichilisce.


Tanto che molti sono indotti a proclamare: basta parole, bisogna fare! Finiamola con i discorsi!

Ecco, questo è un invito che non mi sento di raccogliere.

La tragedia è immane, forse le parole vanno misurate, centellinate, ma non si possono eliminare.

Altrimenti saremmo come le bestie, che marciano mute e intruppate verso il loro destino.

Noi abbiamo bisogno di parlare, di dire, di confrontarci, di sostenerci.

Certo: c'è parola e parola, momento e momento.

Si tratta di avere qualcosa da dire e dirlo nel momento più appropriato: non di tacere.



In questi giorni di parole ne abbiamo sentite a milioni, non tutte intonate, molte stonate, moltissime inutili.

Abbiamo quasi solo sentito parole unidirezionali, parole, cioè, che non hanno fatto altro che ribadire ossessivamente un solo punto di vista: che tutto va bene, che si è fatto il possibile, che tutto andrà per il meglio, che più e meglio di così non si poteva fare.

Tutte le parole che si avventuravano fuori dal coro sono state prima ridicolizzate e vituperate, poi completamente elise e del tutto spente.

Che io ricordi una situazione del genere non si era mai data, neanche in occasione di tragedie ancor più catastrofiche dell'attuale.

A dir la verità non succede in nessuna parte del mondo, meno che mai nei posti che a detta di tutti sono i più avanzati.

Sempre ci sono dei punti di vista diversi, sempre vengono ammesse delle critiche, sempre chi la pensa diversamente trova spazio per far conoscere il suo punto di vista.

Da noi, in questa occasione, si è imposta la demonizzazione e la censura totale su chi ha qualcosa di diverso da dire.

Mi riferisco, per esempio, alla definizione data da Fini e Berlusconi della trasmissione di Santoro: 'indecente'.

Non è che io vada matto per Santoro e per i suoi programmi: qualcosa condivido, qualcos'altro no.

Ma nella sua trasmissione sul terremoto non c'era assolutamente nulla di indecente: a meno che non venga ritenuto indecente il dare voce anche a chi ha qualcosa di diverso da proporre alla riflessione.

Berlusconi, novello
Pangloss, ha imposto la sua linea: quella dell'ottimismo ad ogni costo, quella del fare e basta, quella del remare tutti nella stessa direzione 'che al resto ci penso io', quella del 'viviamo nel migliore dei mondi possibili, nonostante il terremoto'.

Non solo ma ha invitato tutti gli altri leader politici a non recarsi nei luoghi della tragedia.

Il che può anche essere condivisibile se lui per primo se ne astenesse.

Dal punto di vista operativo la sua presenza è solo ingombrante: servono, certo, le sue direttive, gli stanziamenti e gli stimoli.

Che può spedire da Roma: tranquillamente.

Eppure non c'è giorno che non si rechi con gli elicotteri e tutto lo scodazzo nei luoghi della tragedia.

Che ci va a fare? Visto che, operativamente, è solo di intralcio?

E se le popolazioni hanno bisogno di sentire vicini anche i politici, allora ci devono poter andare tutti, tutti quelli che lo vogliono, almeno quelli disposti a dare e a fare concretamente.

Certamente lui conosce il motivo del suo asfissiante presenzialismo.



La linea unica e il pensiero esclusivo rischiano anche di trasformare uno scienziato di vaglia in un contaballe qualsiasi.

Per mesi, prima della terribile scossa di qualche giorno fa, alcune zone dell'Abruzzo, compresa la città de L'Aquila, erano state interessate da una consistente attività sismica.

Studiando questi fenomeni un tecnico,
Giampaolo Giuliani, aveva previsto l'imminenza di una scossa assassina: non aveva saputo, tuttavia, indicare precisamente né il luogo né il momento. Sembra che abbia parlato di Sulmona.

In seguito a queste segnalazioni non è stato preso alcun provvedimento, anzi, il capo della protezione civile Bertolaso ha dato disposizioni perché il Giuliani venga querelato 'per procurato allarme'.

(Tra l'altro, queste sono le 'bestemmie' che Santoro ha avuto l'ardire e l'indecenza di portare a conoscenza del pubblico.)

Enzo Boschi, scienziato di fama e presidente dell'istituto nazionale di geologia e vulcanologia, si è presentato davanti agli schermi televisivi per irridere Giuliani e le sue errate previsioni.

Ha detto testualmente: se avessimo dato retta a Giuliani avremmo dovuto prendere la popolazione di Sulmona e portarla a L'Aquila, con effetti finali ancora più disastrosi, visto che alla fine il terremoto ha colpito proprio il capoluogo abruzzese.

Personalmente, non ho alcun interesse con questo Giampaolo Giuliani né voglio dire che abbia inventato qualcosa che è ancora al di fuori della portata della scienza mondiale; tuttavia un po' di geografia la conosco e so che Sulmona è pur sempre in Abruzzo e, addirittura, in provincia de L'Aquila.

Ora, come fa uno scienziato, nel pieno possesso delle sue facoltà, a uscirsene con una battuta come quella di Boschi?

Dopo mesi di scosse in tutto l'Abruzzo, anche a L'Aquila, un tecnico ti avverte che la botta fatale potrebbe abbattersi su Sulmona e tu pensi di portare la popolazione a L'Aquila?

Avrebbe potuto dire che se avesse dato retta a Giuliani avrebbe portato, inutilmente, la popolazione di Sulmona nel tavoliere della Puglia, nella pianura Pontina o a Roma: ma come può dire, in tutta serietà, che l'avrebbe portata a L'Aquila?

(A proposito di voci fuori dal coro: non ho sentito nessuno che, dai teleschermi, abbia stigmatizzato l'assurdità di questa affermazione di Boschi.)



Come si vede la voglia di fare coro, l'impulso a demonizzare ad ogni costo il dissenso, a volte giocano dei brutti scherzi.



Eppure qua e là qualcosa emerge, qualcuno comincia a voler vederci chiaro: ci sono dei genitori che hanno perso i loro figli dentro la casa dello studente e che vogliono capire perché quell'edificio che doveva essere sicuro si è portato via i loro figli.

Evidentemente non si lasciano impressionare dalle battute infelici di Boschi né dall'ossessivo pensiero unico di Berlusconi.

Né pensano che la protezione civile sia una sorta di dea
Khalì che si deve solo osannare e incensare.

Hanno perso dei figli di 20 anni che erano andati via da casa per studiare, che abitavano in una struttura moderna che, quanto meno, doveva proteggere le loro giovani esistenze: non c'è nulla che li possa trattenere, niente che li possa consolare se non, almeno in parte, la verità.

Quella vera, non quella imposta.



E se è vero che non si poteva evacuare Sulmona per il grido di allarme del solo Giuliani è anche vero che, vista l'attività sismica che durava da mesi, si potevano concentrare in Abruzzo più mezzi e strutture, si poteva quanto meno procedere a dei controlli più rigorosi.

Forse qualche vita umana poteva essere salvata, forse si potevano mandare a casa per qualche tempo gli studenti, in attesa di verifiche e accertamenti.

Con buona pace di Pangloss e di Khalì.



Chi critica o dice qualcosa fuori dal coro ce l'ha con i terremotati?

Figuriamoci!

Ce l'ha con la protezione civile?

Assolutamente no.

Vuole intralciare i soccorsi e rallentare le operazioni?

Meno che mai.


Vuole semplicemente che tutto sia fatto nel migliore dei modi senza che nessuno, nemmeno il presidente del consiglio, possa trarre dalla tragedia un qualche vantaggio personale.

Vuole che chi ha costruito gli edifici in maniera fraudolenta paghi per quello che ha fatto.

Vuole che, se ci sono state delle negligenze negli adempimenti, vengano accertate.

Perché certe tragedie non si devono più ripetere.


Perché nessuno può giocare per soldi o per interessi privati con la vita dei suoi simili.



Per concludere mi permetto due ultime considerazioni.

Il pensiero unico non è mai stato utile a nessuna causa civile e democratica. In combinazione con il silenzio ha spesso provocato tragedie più immani dello stesso terremoto.

Inoltre la storia e l'esperienza insegnano che spesso i nemici più veri ed esiziali degli afflitti si nascondono proprio tra coloro che pretendono di essere i loro unici benefattori.



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