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un 2012 di ...

2012


16 gennaio 2012


un 2012 di ...




Se l'inizio di un nuovo anno è sempre un momento un po' particolare, questo incipit del 2012 lo è ancora di più.

A ben guardare non è molto diverso dall'ultima parte del
2011 e già questo fatto non è cosa da scaldare i cuori.

Se poi diamo retta alle previsioni dei ben informati, c'è proprio da cadere in depressione.


Per farla breve possiamo dire che il presente è inguardabile.


Niente di eccezionale, si intende, ma nemmeno niente di positivo.

La cronaca ci presenta i soliti efferati omicidi, le solite bombe disseminate qua e là a colpire nel mucchio, i soliti disastri ambientali provocati dall'incuria, dalle sete di guadagno e, a volte, dall'imbecillità.

Dell'
economia sarebbe proprio il caso di non parlarne: su tutto e su tutti domina incontrastata la finanza che prima presta generosamente agli Stati le sue montagne di carta moneta e poi tira la corda dello strozzino per annientare i popoli.

La politica, quando non è collusa o corrotta, è impotente: sembra in balia di una tempesta di vento, è trascinata incessantemente da tutte le parti e non sa, minimamente, quali provvedimenti adottare, che cosa fare di preciso per svolgere al meglio la sua funzione regolatrice di guida.

Nell'incertezza più totale si arrocca dentro i propri privilegi e spera che le cose, prima o poi, si aggiustino da sole.

La cultura è da tempo ridotta a poca cosa: scienza soprattutto, nell'interesse dei finanziatori.

Per il resto è cinema e televisione e pochi altri bagliori.

Se ne fa un gran parlare, questo sì, al punto che
tutto è trasformato in cultura: la pizza è cultura, il vino è cultura, il culatello è cultura, le sagre paesane sono cultura, i vestiti sono cultura e così via.

La parola cultura è letteralmente inflazionata e occupa tutto intero il posto dei contenuti: che sono per lo più assenti.


Se questo è il presente vien voglia di rivolgersi al passato: già, ma quale?

Quello recente lo conosciamo troppo bene: è talmente simile al presente da assomigliargli come una goccia d'acqua.

Tanto vale restare dove stiamo.

Naturalmente l'umanità ha alle spalle un
grande passato di cultura e di arte.

Di scienza disinteressata, di poesia, di filosofia, di pittura, scultura e architettura: per non parlare della musica.

Ci rifugiamo fiduciosi in questo passato che ci ristora e ci riempie di emozioni vere, che appaga i nostri sentimenti e abbevera la fantasia: soprattutto siamo sicuri che non tradisce mai.

Il fatto è che non si può vivere sepolti vivi dentro il passato.

La vita ci sollecita incessantemente e ci tira per la camicia e ci sospinge da tutte le parti: nel passato otteniamo pace e benessere interiore ma non troviamo le ricette per risolvere i problemi quotidiani, né vediamo la luce capace di dissolvere le nebbie nelle quali ci siamo persi.

Verrebbe la tentazione di rivolgersi al futuro che è stato tuttavia ipotecato e trasformato in una sorta di buco nero pronto ad ingoiare i malcapitati, mano a mano che vi si avvicineranno.


Non parlo certo delle profezie dei Maya o delle elucubrazioni di maghi e veggenti.

Mi riferisco alle previsioni degli economisti, alle suggestioni catastrofiche di certo ambientalismo, agli scenari dipinti da molti scienziati.

C'è poco da stare allegri.

Ce n'è abbastanza per ritornare di corsa al nostro asfittico presente.


Davvero non ci rimane che una irrazionale e infondata
speranza ?

Veramente ci dobbiamo limitare alla raccomandazione con cui Voltaire chiude il suo Candide:
il faut cultiver notre jardin?

E' facile in situazioni come questa perdere la testa.


E' difficile reggere l'urto della realtà quotidiana soprattutto quando questa si presenta con la minaccia della perdita della sicurezza economica e sotto i panni della rinuncia e del progressivo impoverimento.

E tuttavia
bisogna sapersi attrezzare: per sopravvivere innanzi tutto, per resistere e, soprattutto, per invertire la rotta.

Credo che
non possiamo pensare di uscirne individualmente, alla chetichella, ognuno per proprio conto, quasi si trattasse di rubare per sé un po' di nutella o di mettersi in tasca qualche euro.

Bisognerebbe ripensare un po' il nostro modo di vivere in società e riscoprire l'importanza e la forza della
solidarietà.

Sarebbe utile per le singole persone, per i cittadini dei popoli e per le nazioni nel loro inestricabile reciproco rapporto.

L'isolamento è la tentazione di queste fasi, ma non ne rappresenta la via d'uscita.



Per concludere.

La speranza da sola è poca cosa.

Badare soltanto al proprio particolare, limitarsi ognuno a coltivare il proprio giardinetto, non ci porta molto lontano.

Oltre tutto non soddisfa nessuna delle pulsioni 'superiori' che, nonostante la crisi, continuano a sospingerci e ad alimentarci.

Ci vogliono entrambe: speranza e operosità.

E solidarietà, aggiungo io.


Che sola può dare quel di più necessario per ammorbidire la durezza del presente.

Non solo: può anche aprire orizzonti nuovi e diversi, al momento impensabili.

Può dare la spinta per rinnovare la convivenza umana e aprire una fase di sviluppo e di crescita.

Di benessere non solo per i soliti 'pochi' noti.

Ma per molti, almeno, se non per tutti.






















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