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un mondo light

2011 > licenza


29/01/2011


un mondo light



Su Repubblica di oggi ho letto un articolo che illustra un nuovo modo di vivere.

Un tipo di vita dettato dalla crisi che, tuttavia, potrebbe trasformare le nostre esistenze.


Il tutto sembra ispirarsi alle teorie dell'economista e saggista americano
Jeremy Rifkin che sta sviluppando delle tesi interessanti circa il ruolo dell'empatia nell'attività umana.

Si tratta di
abbandonare il vecchio schema 'privatistico', la brama di possesso individuale, per realizzare un 'vivere' comunitario più funzionale, meno dispendioso, più rispettoso delle persone e dell'ambiente.


Compriamo tante cose, tantissimi strumenti che non usiamo quasi mai, di cui ci serviamo solo occasionalmente o molto di rado.



Consideriamo gli appartamenti di una palazzina: ogni appartamento è fornito di trapano, di martelli, di cacciaviti, di scale, di chiavi e di grimaldelli vari.

Un'attrezzatura che serve solo in determinate occasioni e poi se ne giace inutilizzata anche per anni.

L'articolo di Repubblica tocca vari altri aspetti: dall'uso 'sociale' delle automobili all'affitto dei vestiti firmati da indossare in determinate occasioni, dall'abbonamento dei dvd da ricevere a domicilio al noleggio delle borse griffate da indossare per una settimana o 15 giorni.

Per il momento
non mi voglio allargare troppo e ritorno al primo esempio che ho fatto, cioè all'insieme di utensili che sono presenti nei diversi appartamenti di una sola palazzina, di 20 piani per esempio.

Si potrebbe adottare un sistema totalmente diverso, molto più efficiente, pratico e razionale.


Pensiamo per esempio ad un piccolo locale dotato di tutta l'attrezzatura occorrente, a disposizione di ciascun inquilino nel momento in cui ne ha bisogno.

Invece di 20 trapani se ne potrebbe acquistare uno soltanto, al posto di 200 cacciaviti se ne potrebbero tenere 20: e così via per i martelli, le chiavi e tutto il resto.

L'operazione comporterebbe un notevole risparmio, una migliore efficacia (visto che, in questo caso, si potrebbero comprare gli strumenti più potenti e duraturi), una generale razionalizzazione e un maggiore rispetto per l'ambiente (meno acquisti, meno consumo, minor distruzione e inquinamento).

Basterebbe poco per adottare questo stile di vita, dettato sì dalla crisi ma ispirato a dei valori più razionali e umani.


Che cosa ci impedisce di vivere in questo modo?

Che cosa ci fa essere diffidenti?

Che cosa, alla fine, ci spinge invece a comprare continuamente e a riempire le nostre case di cose superflue o di episodica utilità?



L'ideologia ultra liberistica dominante.

Che connota ogni aspetto della società.

Che ha impregnato tutto il processo educativo.

Che ha imposto a tutta l'umanità un consumo ininterrotto e massiccio di materie prime e di cose.


Non è facile abbandonare un certo stile di vita: a volte riusciamo a cambiare ma solo per qualche tempo.



E anche le esperienze americane raccontate da Repubblica sono molto spesso delle meteore, delle occasioni 'buone' per imbastirci su un bel servizio giornalistico che poi lascia il tempo che trova.


E invece ci si potrebbe gettare a capofitto, ci si dovrebbe immergere, come nelle acque tiepide delle terme.

Quanto sarebbe più facile e leggera la nostra esistenza!


Avremmo anche più soldi per comprare qualche libro, andare al cinema o fare dei viaggi.

Ma cambiare mentalità non è opera che si può fare in un giorno.


Ed è difficile vincere (che poi vorrebbe dire ri-orientare) le resistenze di un'economia che dal consumo sfrenato ricava il combustibile per far girare a pieno ritmo i suoi motori, per rimpinguare le casse di chi sembra non accontentarsi mai delle ricchezze accumulate.


C'è bisogno di un cambiamento radicale: può partire dal basso, cominciare da un numero ristretto di persone, investire il sistema educativo e piano piano coinvolgere tutta la società o almeno una sua parte significativa.

L'umanità ha sicuramente delle chances di salvezza: quella proposta è una di queste.

Che è realizzabile, anche se sembra al di fuori della nostra portata.

Che diventa credibile e possibile all'interno di quella mentalità 'comunitaria' che ho cominciato ad illustrare.























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